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Cataloghi filatelici di vendita, perchè non uniformarsi a quelli numismatici?

di Salvatore Pennisi

Ho iniziato a collezionare i francobolli della Repubblica italiana all’incirca nel 1963 (sono del 1950) e, per ovvi motivi, gli usati. All’epoca andavo a Catania (sono della provincia) dal più noto commerciante filatelico della città, il quale per la vendita utilizzava il Bolaffi dove però, a matita, inseriva le valutazioni di altri cataloghi quando queste erano più alte del Bolaffi!

Con i miei risparmi da ragazzo ho comprato quei francobolli che mi mancavano finchè un giorno uno dei miei amici decise di vendere la sua collezione al commerciante in questione e si sentì rispondere che quei francobolli lui li comprava a peso. Risultato: per almeno quarant’anni mi sono tenuto alla larga dai francobolli e, quando ho ripreso, l’ho fatto solo perché cerco buste con affrancature della mia città anche se mi capita talvolta di non acquistare una busta con un’affrancatura rara per un semplice motivo! Non so mai qual è il vero valore commerciale di un francobollo perché i cataloghi riportano quotazioni assurde. Che senso ha valutare un francobollo 10.000 euro se poi non si vende neppure a 1000?

Vorrei allora riferire della mia esperienza di collezionista di monete, visto che, abbandonata la filatelia, mi sono dedicato alla numismatica. In pratica l’ho fatto proprio perché mi ero accorto che le quotazioni dei cataloghi numismatici erano più vicine ai prezzi di mercato, soprattutto per le alte conservazioni (da spl a fdc), e, in effetti, non esiste che una moneta in conservazione fdc valutata 10.000 euro venga poi venduta a 1000!

In pratica, secondo me, per le quotazioni filateliche basterebbe fare quello che fa il Catalogo Gigante per la numismatica, cioè fare riferimento, per i pezzi rari, ai prezzi di aggiudicazione raggiunti nelle aste italiane ed internazionali (addirittura per pezzi di eccezionale rarità si fa riferimento ad aste con aggiudicazioni in lire).
A pag. 9 il suddetto catalogo a proposito delle valutazioni scrive: “Dove non è stato possibile attribuire una valutazione attendibile, per una moneta rara o per una conservazione difficilmente reperibile, la quotazione è stata sostituita dal trattino – . Questo per non dare ai collezionisti indicazioni assolutamente prive di attendibilità.

Per le monete di assoluta rarità, o per monete vendute a prezzi che si discostano sensibilmente dalla media, sono stati presi a riferimento, dove è stato possibile, i dati relativi alle offerte sui listini di vendita od agli aggiudichi delle aste pubbliche. Le aggiudicazioni d’asta riportate, se non diversamente indicato, sono comprensive dei relativi diritti di bando”.

È logico, a questo punto, che se anche i cataloghi filatelici seguissero questo sistema tutte le valutazioni inizierebbero ad essere molto più vicine alla realtà, perché in pratica è il mercato che stabilisce il prezzo e al valore dei pezzi rari si dovrebbero poi adeguare i pezzi meno rari e i pezzi comuni. Alla fine, secondo me, se ne avvantaggerebbe la filatelia ed i collezionisti tornerebbero a riavvicinarsi ad essa.

Salvatore Pennisi