digressioni gastro - filateliche
a cura della
Brigata di Cucina del Postalista

pato no tucupi
Brasile, 15 giugno 2005, Yvert 2916
 
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Narra un’antica leggenda degli indios guaranì che Jacy (la Luna) e Iassytatassú (la Stella del Mattino) decisero un giorno di fare insieme un viaggio fino al centro della terra. Quando arrivarono sull’orlo dell’abisso nel quale avrebbero dovuto penetrare, sbucò fuori il serpente Tyiiba e morse la faccia di Jacy. Spaventata, Jacy tornò in cielo piangendo: da quel giorno la sua faccia ci appare segnata dalle cicatrici di quel morso, ma le sue lacrime, ricadendo sulla terra, andarono a spandersi su una piantagione di manioca, e da loro si generò il tucupi.

Nella realtà le popolazioni sudamericane conoscono praticamente da sempre la radice di cassava, che loro chiamano manioca, e da millenni hanno imparato a cibarsene, facendone addirittura la loro principale fonte di carboidrati, e questo nonostante il fatto che le radici, che costituiscono la parte commestibile, siano tossiche. Sono infatti ricche di acido cianidrico, veleno abbastanza potente ma anche molto volatile, che è possibile eliminare con la cottura.

Dalle radici, sbucciate, grattugiate e infine pressate con uno strumento chiamato tipiti, è anche possibile ricavare diversi tipi di farina che poi vengono variamente usati in cucina, ma nemmeno il liquido di prima spremitura, nonostante l’elevato contenuto di acido cianidrico, si butta via: dopo una lunga bollitura e qualche giorno di fermentazione se ne ottiene una salsa giallastra che è appunto il nostro tucupi… e con il tucupi, fin dalla più remota antichità, gli indios che abitavano le foreste intorno alla foce del Rio delle Amazzoni erano soliti insaporire la carne delle loro prede.

Al giorno d’oggi il pato no tucupi, piatto forte della regione del Parà e della città di Belèm si prepara lasciando marinare, meglio se per una notte intera, l’anatra con erbe aromatiche e peperoncino. Dopo averli preliminarmente fatti stufare nella loro marinata, i pezzi di carne vengono prima passati in forno fino a doratura e infine insaporiti ultimando la cottura nel tucupi; in quest’ultima fase, al brodo viene aggiunta anche una generosa manciata di foglie di jambu, una sorta di cicoria locale dal sapore abbastanza particolare.

Nel nostro francobollo l’antica pietanza degli indios è accompagnata da una coppetta di açai, una crema dolce gelata che si ottiene dalla polpa e dal succo dell’omonimo frutto mescolati con la tapioca, che della manioca è l’amido, isolato durante il procedimento di spremitura descritto poc’anzi.

 

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